Viaggio nelle emozioni

Del perché dovrebbe essere bello avere

delle farfalle nello stomaco

butterfly

Quando parliamo di emozioni dei nostri figli, parliamo delle nostre emozioni, perché noi siamo gli specchi in cui i bambini si riflettono e imparano a capire cosa stanno sentendo, a dargli nome ed espressione e ad apprendere molto presto e molto bene anche ciò a cui noi riteniamo lecito o non lecito potere dare voce.

Ricordiamolo.

Ricordiamolo quando chiediamo ad un bambino di non piangere perché “non é niente”, o quando gli ordiniamo di non arrabbiarsi col fratellino e, in pieno conflitto, di dargli un bacino e volergli bene.

tristezza

Daremmo un bacino al nostro partner nel bel mezzo di una sfuriata? Prima di aver espresso (o quantomeno tentato di esprimere…) ciò che proviamo?

Per poter permettere ai bambini di riconoscere ed esprimere in modo appropriato le proprie emozioni e riconoscerle nell’altro, dobbiamo essere i primi a non averne paura, né di quelle dei nostri figli, né, primariamente, delle nostre.
E c’è una cosa che dobbiamo sempre ricordare: non esistono emozioni “buone o cattive”, tutta la gamma del sentire umano ha pieno diritto di cittadinanza nelle nostre vite e in quelle dei nostri figli; anzi, più riconosciamo come nostro e legittimo quello che stiamo provando, più possiamo usarlo come chiave d’accesso per il cambiamento, la condivisione, la comprensione.

Sembra logico e banale, ma spesso i genitori sono i primi a negare l’espressione delle emozioni e a non riconoscere ai propri figli la realtà di ciò che stanno provando, anche “a fin di bene”.
Sto pensando soprattutto a quelle situazioni di conflitto o tensione di cui inevitabilmente i nostri bambini si accorgono e che spesso vengono negate con un “non sta succedendo nulla”.

E’ interessante notare quanto spesso poi, con gli adulti, riaffiori questo “non capivo più se quello che emotions-facessentivo e vedevo fosse vero o meno”, “io sentivo che stava succedendo una cosa grave, ma intorno a me si faceva finta di niente”, che non significa coinvolgere i bambini in “cose da adulti”, ma ricordarsi che non li tuteliamo o rassicuriamo se, alla domanda “sei arrabbiata?” rispondiamo “no”, quando è “”.

Perché allora la rabbia (come esempio, ma vale per la tristezza, la gelosia…) diventa una cosa che è sbagliato provare.

Li tuteliamo e rassicuriamo mostrando come si può essere arrabbiati e gestirlo, senza negare parti di sé (che da qualche parte poi chiederanno di uscire…presente la gastrite?) e senza che questo significhi distruggere sé o l’altro.
Ecco, prima di insegnare ai nostri figli che tutte le emozioni “vanno bene”, dobbiamo esserne convinti noi adulti.

Non è delle emozioni che dobbiamo avere paura o preoccuparci, ma, semmai, della loro espressione non mediata.

E per potere gestire l’espressione delle emozioni, bisogna prima “guardarle in faccia”, riconoscerle, dare loro voce, spazio e tempo.
Come diceva bene un’adolescente che ho conosciuto: “è come una pentola a pressione: non vedi cosa c’è dentro e, se non la fai sfiatare, rischia di esplodere. Meglio una padella.”.

Meglio vedere, scegliere ed eventualmente scartare (o aggiustare di sale). Riuscire a dirsi – a riconoscersi- “sono arrabbiata” è il primo passo per poter poi dire “sei arrabbiato”. E dirsi “la mia rabbia è frustrazione (delusione, senso di impotenza…), è il primo passo per poi poter dire “forse sei arrabbiato perché sei frustrato (deluso, ti senti impotente…)”.
Ed arriviamo così al secondo punto importante che vorrei sottolineare: le emozioni si imparano (e quindi si insegnano).

Impangryaro che quel vuoto nella pancia quando il papà mi lancia in aria è piacevole e non terrificante; lo imparo dal suo sorriso, dalla sua sicurezza, dai volti divertiti di chi guarda. E allora non piango, ma rido divertito.
E tornano le farfalle del titolo: abbiamo imparato che gli svolazzamenti di stomaco quando vediamo quella persona sono diversi dal mal di stomaco prima di un esame, anche se l’attivazione fisiologica è simile. E abbiamo imparato che non dobbiamo andare dal medico, ma lanciare sguardi di sottecchi o arrischiare un “ciao”.
Abbiamo imparato il linguaggio delle emozioni. Che è un linguaggio ambiguo, giocato com’è sul non verbale e sulle sfumature, ma fondamentale per una vita che possa dirsi vissuta.

Dott.ssa Barbara Gavazzoli
Psicologa psicoterapeuta

DIMMI COSA SENTO:

3 incontri rivolti a genitori‬ e figure educative‬ per conoscere e gestire (e insegnare a gestire) l’espressione delle emozioni dei nostri ‪#bambini‬ e ‪‎alunni‬ (rabbia, ansia, gelosia…).

Per informazioni ed iscrizioni: quisipuo@gmail.com

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